I trabucchi: tra tradizione e moda

L’evoluzione delle tradizioni per il rilancio dei luoghi. Fotografia dei trabucchi del Gargano

La musica, il mare, l’abbronzatura e il tramonto. Le sere d’estate che non dovrebbero mai finire e che rimangono sempre un po’ nel cuore. Questo è quello a cui pensano i pugliesi, al solo sentir nominare la parola ‘trabucco’.
Maestose strutture in legno di pino d’Aleppo a cui sono agganciate delle grandi reti a trama, la cui prima costruzione risale presumibilmente al XVIII secolo, tramite tecniche tramandate dai Fenici: questo sono i trabucchi, parte integrante del paesaggio garganico.
Tante sono le storie legate alla tradizione di queste strutture, tanti i nomi delle famiglie che l’hanno portata avanti. Storie di vita vera, tramandate da padre in figlio, raccontate da nonno a nipote.
Storie di pescatori che passavano le loro giornate su quelle tavole di legno arrampicate sugli scogli, ad aspettare che le reti si riempissero. Storie di compratori che venivano avvisati con segnali di vario genere che la pesca si era conclusa e la merce poteva essere ritirata. Storie di contrattazioni di prezzi, di ricerca di qualcuno che si occupasse dei trasporti del pesce dai trabucchi ai punti in cui si trovavano i compratori.
Sono storie di una vita che non c’è più. Oggi ci sono le barche a largo, gli strumenti tecnologici che aiutano a localizzare i tratti di mare più proficui.
Cosa rimane oggi, di quei trabucchi? Rimangono i ricordi dei tempi che furono, certo. Ma non solo: rimane la voglia di ridare a quei luoghi una seconda opportunità; l’opportunità di reinventarsi, di stare al passo con i tempi. Su alcune di quelle assi dove i nostri nonni o bisnonni hanno passato la vita a lavorare, oggi ci sono tavoli, sedie e voglia di divertirsi.
I rischi della modernità sono molteplici, è vero. C’è il rischio che la memoria si perda, che il passato sbiadisca del tutto; ma c’è anche il rischio che questi luoghi vengano deturpati, modificati. Un rischio culturale e popolare, dunque, ma anche artistico. Ma non dobbiamo farci fermare dalla paura, dobbiamo osare. E il coraggio, con i trabucchi, è stato premiato.
Non è un caso, infatti, che, nel 1964, nel famoso MoMA (Museo di Arte Moderna) di New York , Bernard Rudofsky allestì una mostra fotografica dal titolo “Primitive Architecture” e vi piazzò i trabucchi. E non è un caso che, recentemente, alcuni di essi siano tornati in attività, grazie a un’azione di salvaguardia e valorizzazione dell’ambiente promossa dal Parco Nazionale del Gargano.
Perché essere chi siamo, non significa, per forza, aver dimenticato chi eravamo.

Ilaria Orzo

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