Un approfondimento con Andrea Fiacchi per conoscere l’impatto delle parole sulle persone
Andrea Fiacchi è un concentrato di cura: per ciò che è, per ciò che fa e per come lo fa.
Psicologo cognitivista specializzato in neuroscienze. Veterano nel settore del design, la sua missione è migliorare il benessere delle persone del team e la qualità dei risultati. Andrea è Co-fondatore e Content design Lead di Officina Microtesti e Direttore dell’Osservatorio sul linguaggio chiaro per il DiParola Festival.
Nel nostro viaggio in The Age of Care Andrea è una voce interessantissima.
1. Ciao Andrea, benvenuto! Nel tuo sommario su LinkedIn leggo: “Curo i contenuti e le persone”. Da cosa nasce la cura per i contenuti e le persone e cosa significa per te nel lavoro e nella vita di ogni giorno?
Nasce da un filo rosso che unisce due esperienze di vita: quella lunghissima del content designer e quella successiva dello psicoterapeuta.
Sono due professioni che sembrano diversissime, ma in entrambi i casi il lavoro parte dall’ascolto: di un contesto, di un bisogno, di un linguaggio.
Curo i contenuti perché le parole costruiscono realtà — organizzano ciò che pensiamo, come agiamo, come ci relazioniamo.
Curo le persone perché ogni cambiamento passa da un cambiamento di linguaggio: impariamo a nominare diversamente ciò che viviamo e a dare un senso alla nostre esperienze, anche a quelle più difficili.
La cura, per me, è un modo di stare nel mondo con attenzione: alle sfumature, alle parole, agli altri.
2. In un mondo che corre veloce, ci vuole sempre sul pezzo, pronti a dire la nostra e cliccare “condividi”, come poterci prendere cura delle parole che condividiamo onlife?
Credo che la prima forma di cura sia la sospensione.
Il mio supervisore mi consigliava sempre di “fare spazio”, sia nella mente sia nelle attività, altrimenti manca il tempo di riflettere con attenzione. È difficile ma prima di parlare o scrivere sarebbe necessario prendersi un momento per chiedersi: “Perché lo sto dicendo? A chi serve? Serve davvero?”.
La velocità digitale tende a cancellare questo spazio interiore, ma è lì che si forma la responsabilità delle parole.
Non si tratta di censurarsi, ma di scegliere con consapevolezza cosa dire, senza cedere all’ansia di restare esclusi: dire meno, ma dire meglio.
E poi dovremmo ricordare che anche online comunichiamo con persone, non con profili.
3. L’Intelligenza Artificiale può incidere sulla cura che mettiamo nei nostri contenuti e in che modo?
Sì, nel bene e nel male.
Può amplificare la cura — quando ci aiuta a riscrivere con chiarezza, a verificare l’accessibilità, ad approfondire, a ridurre i bias.
Ma può anche anestetizzarla — se deleghiamo tutto all’AI, rinunciando alla nostra intenzione e alla nostra responsabilità.
L’AI ci dà un’occasione incredibile di estendere la nostra mente, di sfruttare uno strumento potentissimo per pensare e produrre contenuti ma per me è la sfida è mantenere l’umano nel processo: non usare l’AI come un sostituto anche quando la tentazione è forte.
La cura non è mai automatica, è sempre una scelta.
4. Quali sono le caratteristiche delle parole che curano? E come imparare a utilizzarle?
Secondo me le parole che curano hanno tre caratteristiche. Sono chiare, rispettose e aperte.
Chiare, perché aiutano a comprendere la realtà invece di complicarla.
Rispettose, perché non invadono, non giudicano ma accompagnano.
Aperte, perché lasciano spazio alla risposta dell’altro, gli permettono di esplorare e riflettere.
Si imparano praticandole, ma anche osservando come risuonano: una parola che cura non necessariamente “suona bene”, ma fa bene. Come in terapia, si impara per tentativi, attraverso la relazione.
5. C’è un settore, quello medico, in cui l’uso delle parole può riuscire davvero a fare la differenza nel benessere delle persone. So che ne avete parlato al DiParola Festival dello scorso settembre, qual è lo status quo e quali i passi da fare per migliorare la comunicazione medico-paziente?
Negli ultimi anni vedo più consapevolezza sull’importanza della comunicazione in medicina, ma anche molta distanza tra intenzione e pratica. Molti operatori sanitari sanno che il linguaggio è parte della cura, ma non sempre hanno strumenti o tempo per metterlo in pratica.
La comunicazione non dovrebbe essere una responsabilità solo del personale medico, bensì servono formazione e modelli organizzativi che riconoscano la comunicazione come competenza clinica, non come “soft skill”.
Un passo avanti concreto è portare il linguaggio chiaro nei processi — dai fogli informativi ai portali sanitari — per dare autonomia alle persone e creare una nuova generazione di pazienti consapevoli e competenti.
6. Personalmente se penso alla comunicazione medico/paziente la prima cosa che mi viene in mente è il -consenso informato-. Rispetto a questo documento spesso criptico ci sono delle best practice che puoi condividerci?
Il problema con il consenso informato è che non è solo un documento ma una relazione di fiducia.
Certo, il testo deve essere scritto in linguaggio chiaro, ma non basta semplificare: serve anche creare spazio per domande, chiarimenti, dubbi.
Spesso, invece, il documento viene fatto firmare senza neanche chiedere di leggerlo o in un momento sbagliato (ho sentito racconti di consensi informati firmati in sala operatoria).
Un buon consenso è quello che il paziente può raccontare con parole sue. E ogni volta che un medico dice “se non è chiaro me lo dica”, apre una porta terapeutica prima ancora che legale.
7. Abbiamo in comune una citazione preferita di Diego De Silva: “Spesso la gente non ha le emozioni chiare, altro che le idee.” Secondo te quanto prenderci cura delle parole che usiamo può incidere anche sulle emozioni che proviamo?
Moltissimo. Le parole non solo descrivono le emozioni, le modellano.
Imparare a nominarle cambia il modo in cui le viviamo. Molte persone non sanno dare un nome a quello che provano, in terapia spesso il lavoro è proprio questo: passare da un sentire confuso a una narrazione che dà senso.
Quando cambiano le parole, cambia la percezione di sé.
E questo vale anche fuori dalla stanza di terapia, in ogni dialogo autentico.
8. Passando alle idee, la mission di TED è diffondere “idee che cambiano tutto”. C’è un’idea che ti senti di condividere con la nostra community?
Che la chiarezza è una forma di gentilezza.
Viviamo in un’epoca in cui la complessità è inevitabile, ma l’opacità non lo è.
Rendere le parole accessibili, nei contenuti e nelle relazioni, non significa banalizzare ma prendersi cura della comprensione reciproca. E comprendere è la base di ogni cambiamento.
Se poi ci mettiamo che le persone gentili sono anche più felici, allora la domanda è: perché non provarci?
9. Qual è il tuo TED o TEDx talk preferito e perché?
Uno che rivedo spesso è “Those who have tried to change the world” di Pierfrancesco Diliberto (Pif).
Lo trovo un intervento di grande ispirazione perché in esso trovo la tensione vitale che cerco nel lavoro: non l’illusione di perfezione, ma il valore del tentativo, l’attenzione al linguaggio come atto di responsabilità, e la pratica del cambiamento come un mestiere mai concluso. Poi adoro il modo di raccontare di Pif!
10. C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dirci?
Non credo di aver risposto a così tante domande dai tempi dell’Università!
A parte gli scherzi, forse l’ultima cosa da aggiungere è che il linguaggio della cura non va confuso con il linguaggio zuccheroso.
A volte la parola che cura di più è quella che punge — purché lo faccia con rispetto.








