Riflessioni fuori studio con lo psicologo Alessandro Iacubino
In questo viaggio verso The Age of Care ci prendiamo un momento per parlare di cura per i nostri pensieri. Il benessere mentale è un tema sempre più attuale in una società che sembra richiederci performance eccellenti e tempi risicati per noi stessi.
Ne parliamo con lo psicologo Alessandro Iacubino, noto per la sua recente iniziativa “lo psicologo sotto l’ombrellone”.
Alessandro Iacubino è un personaggio poliedrico, negli anni si è appassionato a molte attività e da circa quindici anni si dedica al benessere psicologico in ambito risorse umane. Alessandro, oltre ad essere Ambassador per la Puglia di EMI Italy, è specializzato in psicologia clinica, neuroscienze, training in psicofisiologia applicata alla clinica e neuro terapie. Porta la sua vita quotidiana nel suo lavoro da psicologo, mutuando le esperienze con le tante persone incontrate in ambito aziendale nelle sue pratiche di studio con i pazienti privati.
Con il dott. Iacubino abbiamo parlato di cultura della cura, di benessere, di intelligenza artificiale e tanto altro. Questa intervista è davvero un atto di cura, da noi a voi! Prendetevi il giusto tempo per leggerla, lo varrà tutto.
1. Ciao Alessandro, benvenuto e grazie per questa intervista. Parto subito col chiederti cosa intendi definendoti “umanista di strada”?
Definirmi umanista di strada significa voler riportare le discipline umanistiche – filosofia, letteratura, storia, pedagogia, psicologia – fuori dagli spazi chiusi delle accademie e delle biblioteche, per restituirle alle persone, nei luoghi quotidiani della vita. Un umanista, storicamente, è colui che si occupa delle scienze dell’uomo, che studia e coltiva il pensiero critico, la parola, la memoria culturale, la ricerca di senso. Non si limita a trasmettere saperi, ma lavora per comprendere l’uomo e la sua condizione, creando ponti tra conoscenza e vita concreta. L’aggiunta di di strada è simbolica, sottolinea l’intenzione di abbattere le barriere: non relegare la cultura umanistica all’élite, ma portarla tra la gente, nelle piazze, nelle scuole, nelle aziende e perché no anche nelle spiagge, dove può diventare occasione di crescita condivisa e di trasformazione sociale. Credo di avvertirne una certa urgenza e necessità, questo non significa “banalizzare”, bensì rendere accessibile.
Questa esigenza nasce dalla mia esperienza sia in studio ma soprattutto nelle aziende che seguo quotidianamente in gruppo di lavoro che si chiama Valore Umano, dove ci dedichiamo costantemente a umanizzare processi all’interno di organizzazioni.
2. Il tema del nostro TEDx di quest’anno è The Age of Care, quindi ti chiedo: cos’è per te la Cura?
Bella domanda Chiara, una di quelle semplici ma complesse… Allora, la parola cura viene dal latino cura, che indica attenzione, sollecitudine, premura, ma anche inquietudine e responsabilità. È una parola antica che racchiude in sé il prendersi carico, il volgere lo sguardo verso qualcosa o qualcuno con dedizione, in questo verso la cura non è mai stata solo medica o assistenziale: è stata anche cura di sé, come ci ricorda Foucault commentando i testi antichi, e cura dell’anima, come nella filosofia classica.
Nel 2025, parlare di cura significa recuperare questa dimensione olistica: non limitarsi alla salute fisica o alla produttività, ma abbracciare corpo, mente e spirito come un insieme inscindibile. In un’epoca in cui siamo iperconnessi e spesso disconnessi da noi stessi, la vera rivoluzione è dare valore alla cura interiore: coltivare il benessere psicologico, l’equilibrio emotivo.
Curarsi non è un gesto egoistico, ma un atto di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri: se imparo a prendermi cura di me, posso anche prendermi cura in modo autentico del mondo e delle persone intorno a me.
Nel nostro tempo la cura non dovrebbe essere intesa solo come risposta a una fragilità, ma come pratica quotidiana di consapevolezza e di crescita. E forse, la cura dell’anima è il primo passo per ogni altra forma di cura.
3. Rispetto alla tua esperienza, com’è cambiato negli anni l’approccio alla richiesta di supporto psicologico? Perché la salute mentale per molti rappresenta ancora un tabù?
Negli ultimi anni ho visto cambiare profondamente l’approccio delle persone alla richiesta di supporto psicologico. C’è sicuramente più consapevolezza rispetto al passato: sempre più individui riconoscono che chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma di responsabilità verso sé stessi. Al tempo stesso, però, permane ancora un tabù culturale: l’idea che occuparsi della propria salute mentale sia un lusso, una fragilità da nascondere, o addirittura una colpa.
Gli accessi ai servizi di benessere psicologico oggi sono molteplici: dai percorsi in presenza, alle piattaforme online, fino ai programmi di welfare aziendale. Gli organi di competenza – penso al CNOP, Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi – stanno facendo un lavoro encomiabile per avvicinare le persone, portando avanti iniziative di sensibilizzazione, campagne informative, protocolli con scuole e aziende. Tuttavia, resta un grande nodo irrisolto: la comunicazione e la divulgazione. Gli strumenti ci sono, ma spesso le persone non lo sanno. È come avere la medicina sul comodino e non sapere che può guarirti.
Serve quindi un cambio di paradigma nella comunicazione: dobbiamo parlare di psicologia con un linguaggio semplice, diretto, contemporaneo, capace di stare al passo con i canali che oggi formano l’opinione pubblica. Non basta più la comunicazione istituzionale: occorre essere presenti nelle reti sociali, nei luoghi digitali dove le persone realmente cercano risposte, anche a rischio di banalizzare per rendere accessibile.
E qui si apre un tema cruciale: la tecnologia. Secondo diverse ricerche internazionali, oltre il 30% dei giovani under 30 dichiara di essersi rivolto almeno una volta a un chatbot o a un sistema di intelligenza artificiale per parlare dei propri stati d’animo, sostituendo di fatto, anche solo temporaneamente, l’incontro con uno psicoterapeuta. È un dato che ci interroga: da un lato evidenzia il bisogno enorme di ascolto e di risposte immediate, dall’altro ci mette davanti al rischio di delega dell’umano alla macchina, di riduzione della complessità psicologica a un algoritmo.
Il punto non è demonizzare l’AI – che può essere un alleato straordinario nel fornire accessibilità, informazioni e orientamento – ma sottolineare che nulla può sostituire la profondità della relazione terapeutica, lo sguardo, l’empatia, la presenza viva dell’altro.
In sintesi, la salute mentale non è più invisibile, ma la strada è ancora lunga. Per rompere davvero il tabù serve una cultura della cura capace di unire istituzioni, professionisti, mezzi di comunicazione e tecnologie. Solo così potremo trasformare la psicologia da servizio “di nicchia” a bene comune, accessibile e riconosciuto da tutti.
4. Quanto bisogno c’è di informazione e sensibilizzazione sul tema?
C’è un bisogno enorme di informazione e sensibilizzazione sulla salute mentale, ma non è una questione di quantità: è una questione di qualità della comunicazione. Non mancano i contenuti, mancano i linguaggi.
Il vero problema è che i nostri sistemi di comunicazione sono troppo lenti rispetto alla velocità con cui evolvono la tecnologia e il pensiero delle nuove generazioni. Se pensiamo che un ragazzo o una ragazza della Generazione Z cerchi oggi aiuto psicologico sui canali che utilizzavamo noi millennial o, peggio ancora, i boomer, siamo completamente fuori strada.
Un Gen Z non cerca solo lo psicologo nel senso tradizionale: magari cerca il suo psi – come ormai si dice – direttamente sui social o attraverso piattaforme digitali, oltre che rivolgendosi, forse, al sistema sanitario nazionale. Questo non significa svilire la professione, ma riconoscere che i luoghi in cui si forma la domanda di aiuto stanno cambiando radicalmente. Se vogliamo far finta di nulla, accomodiamoci pure. Ma la verità è che non si può tornare indietro: il futuro della comunicazione della psicologia è già qui, e corre molto più veloce delle nostre abitudini. Sta a noi decidere se rimanere ancorati al passato o trovare il coraggio di parlare ai giovani con i loro linguaggi, nei loro spazi, con la stessa rapidità e autenticità che chiedono.
5. Quali sono i campanelli d’allarme che ci indicano che non possiamo più rimandare il prenderci cura della nostra salute mentale?
I campanelli d’allarme sono tanti e spesso li conosciamo bene: l’insonnia, l’ansia costante, la difficoltà a concentrarsi, il sentirsi svuotati anche davanti a cose che prima ci davano energia. Ma la vera questione è che non dovremmo arrivare a quei campanelli d’allarme per prenderci cura della nostra salute mentale.
Serve una rivoluzione culturale: dobbiamo smettere di pensare che dallo psicologo si vada “solo quando si sta male”. Proviamo a cambiare prospettiva: andiamo dal cardiologo o dal dentista anche per controlli periodici, non solo quando il problema è grave. Perché non pensare allo psicologo allo stesso modo? Un controllo annuale, un “tagliando” della mente, che ci permetta di intercettare prima i segnali, di prevenire, di mantenere in salute il nostro equilibrio interiore.
Il benessere psicologico dovrebbe essere considerato una parte naturale della nostra cura di sé. Non un lusso, non un’emergenza, ma una pratica ordinaria di prevenzione e consapevolezza.
È questo il senso profondo delle mie iniziative, come quella in spiaggia questa estate: portare la psicologia fuori dagli studi, tra le persone, per mostrare che prendersi cura di sé è un gesto quotidiano di responsabilità e amore per la propria vita.
6. Si dice che il potere della mente può influenzare le nostre azioni. Si tratta di una capacità da allenare? Se sì, come?
Sì, il potere della mente influenza profondamente le nostre azioni, ed è una capacità che possiamo allenare. Non è un’affermazione astratta: lo dimostrano decenni di studi scientifici. Già Albert Bandura, con le sue ricerche sull’autoefficacia, aveva mostrato che la convinzione di poter affrontare con successo una situazione aumenta drasticamente la probabilità di riuscirci davvero. In altre parole: ciò che crediamo di poter fare diventa ciò che siamo in grado di fare.
Oggi, grazie agli studi delle neuroscienze, sappiamo che il cervello non è statico, ma dinamico e plastico. La neuroplasticità ci dice che le connessioni neuronali si modificano in risposta all’esperienza e all’allenamento: i nostri pensieri, abitudini e schemi mentali possono letteralmente rimodellare il cervello.
Ed è qui che strumenti avanzati come il neurofeedback, di cui sono trainer e terapeuta, giocano un ruolo fondamentale. Attraverso protocolli mirati, il neurofeedback permette di allenare il cervello in tempo reale, insegnandogli a regolare i propri stati interni. Questo porta a un miglioramento concreto della capacità di concentrazione, gestione dello stress, stabilità emotiva e autoregolazione.
In sintesi, il potere della mente non solo può essere allenato, ma può essere guidato con precisione: grazie alle scoperte scientifiche e a strumenti come il neurofeedback, possiamo davvero imparare a usare nuove lenti per interpretare la realtà, influenzando positivamente le nostre azioni e il nostro benessere.
7. Una tua riflessione sul rapporto mente/corpo?
Domanda di riserva, no? Scherzi a parte… Per me non esiste una vera separazione tra mente e corpo. Questa dicotomia appartiene a un pensiero antico che oggi ha perso di senso. La mente abita il corpo e il corpo abita la mente: sono due facce della stessa realtà. Quando parliamo di emozioni, ad esempio, non possiamo collocarle solo nel cervello: si manifestano attraverso la postura, la respirazione, il battito cardiaco.
Le nuove ricerche in ambito neuroscientifico e psiconeuroendocrinoimmunologico (PNEI) ci mostrano con chiarezza che i sistemi del nostro organismo sono interconnessi: ciò che accade nella psiche influenza il sistema immunitario, endocrino, cardiovascolare, e viceversa. Perfino gli studi più recenti sul microbiota intestinale parlano di “secondo cervello” o forse “primo cervello”, connesso direttamente con i nostri stati d’animo.
In altre parole, non ha più senso pensare al corpo come a un contenitore e alla mente come a qualcosa che ci galleggia sopra. Oggi la scienza ci dice che siamo un tutt’uno: un organismo integrato, dove pensieri, emozioni e funzioni biologiche dialogano continuamente. Qui nasce l’importanza di una visione olistica, integrata e moderna, noi che facciamo psicofisiologia queste cose le conosciamo bene.
8. Salute mentale e intelligenza artificiale. Cosa cambia nel nostro modo di approcciare i problemi?
L’AI non è più un futuro lontano, ma un presente che sta già cambiando il nostro modo di cercare risposte, di porre domande e perfino di vivere le emozioni.
Oggi una quota crescente di persone, soprattutto giovani, si affida a chatbot e sistemi di intelligenza artificiale per avere supporto immediato. Uno studio pubblicato su JMIR Mental Health nel 2023 mostra che circa il 40% degli utenti di chatbot psicologici riporta benefici percepiti nel breve termine, come riduzione dell’ansia o della solitudine. Ma sono benefici fragili e temporanei: il rischio è quello di accontentarsi di una “risposta rapida” senza affrontare davvero la complessità del proprio vissuto.
E qui tocchiamo il punto più delicato: affidarsi esclusivamente all’AI può avere conseguenze drammatiche. Penso al caso tristissimo della ventinovenne americana che aveva sostituito il proprio terapeuta con “Harry”, un chatbot basato su Chat GPT. Un’esperienza che non ha retto la profondità della sua sofferenza, contribuendo a un esito tragico. Questo ci ricorda che l’AI può simulare la relazione, ma non può sostituire l’empatia, la responsabilità e la presenza reale di un terapeuta.
Ciò che cambia davvero, però, è il paradigma dell’accesso. L’AI ci abitua a risposte veloci, personalizzate, disponibili 24/7. Questo modifica le aspettative delle persone nei confronti dei professionisti: sempre meno tolleranza per l’attesa, sempre più richiesta di immediatezza. La psicologia dovrà necessariamente fare i conti con questo cambio culturale.
C’è anche un lato affascinante: grazie ai big data (che non cito a caso), oggi possiamo analizzare correlazioni tra linguaggio e benessere. Alcune ricerche mostrano che l’uso di parole legate a isolamento e tristezza nei post online può predire episodi depressivi con mesi di anticipo. Questo apre scenari straordinari di prevenzione.
Ma dobbiamo essere chiari: l’AI non “sente”. Non ha empatia, non coglie le sfumature. Può essere un alleato potente, ma se usata come sostituto rischia di amplificare solitudine e fragilità.
In sintesi: la tecnologia può illuminarci la strada, ma la cura autentica resta e resterà profondamente umana.

9. Questa estate sei finito sui giornali, in tv e nei feed per l’iniziativa dello “psicologo sotto l’ombrellone”. Come nasce l’idea? Quali soddisfazioni hai raccolto? Che risposta hai riscontrato?
L’iniziativa dello “psicologo sotto l’ombrellone” è nata quasi per caso, ma con una finalità tutt’altro che casuale. L’ombrellone è un simbolo: non si trattava di fare terapia in spiaggia, ma di avvicinare le persone alla psicologia attraverso un gesto di pura divulgazione. Nessuna seduta, nessun intervento clinico: solo un’occasione per parlare di benessere, di emozioni, di vita quotidiana in un contesto informale.
Questa esperienza mi ha arricchito profondamente sia dal punto di vista umano sia da quello professionale. Ma soprattutto mi ha permesso di accedere a quelli che amo definire “small data”, citando M. Lindstrom uno dei miei docenti e massimo esperto a livello mondiale in neuromarketing: informazioni preziose, raccolte sul campo, che solo chi fa ricerca “in vivo”, tra la gente, può intercettare. Sono dettagli che sfuggono alle statistiche ufficiali, ma anche ai professionisti del mio settore, che raccontano con autenticità i bisogni reali delle persone.
La risposta è stata sorprendente: curiosità, gratitudine, voglia di confronto. Ho visto famiglie, ragazzi, anziani, fermarsi semplicemente per dire: “Grazie, era ora che qualcuno ci parlasse di queste cose senza barriere”.
Gli unici a creare un po’ di confusione sono stati alcuni colleghi, forse spaventati dall’idea che un’iniziativa così informale potesse svalutare la professione. Io credo, invece, che sia esattamente il contrario: portare la psicologia fuori dagli studi non la banalizza, ma la riavvicina alla sua missione sociale. Le discussioni più tecniche le affronteremo nelle sedi opportune. Quello che conta, oggi, è aver dimostrato che c’è fame di psicologia anche sotto l’ombrellone.
10. Qual è il tuo TED o TEDx talk preferito e perché?
Devo ammettere che questa è una domanda difficile. I TED e i TEDx talk hanno avuto un impatto enorme nella divulgazione mondiale e scegliere un preferito è quasi impossibile. Sono davvero in difficoltà nel doverne indicare solo uno.
Forse, però, posso pensare al talk che mi è servito di più nella mia vita. Circa quindici anni fa scoprii, proprio grazie a TED, il celebre discorso di Simon Sinek sul Golden Circle. Quel modello così semplice – partire dal “perché” prima del “come” e del “cosa” – ha avuto per me la forza di una rivelazione. Mi ha permesso di guardare la mia vita con occhi diversi e di prendere una decisione fondamentale: scegliere definitivamente la relazione d’aiuto come la professione della mia vita.
A Sinek sono profondamente grato, e mi piacerebbe che un giorno questo messaggio gli arrivasse: il suo modo di raccontare ha cambiato non solo il mio modo di pensare, ma anche la direzione concreta del mio percorso umano e professionale.
11. C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dirci?
Ci sarebbero davvero tante cose che vorrei dire, perché il tema del benessere, della cura e della crescita personale è inesauribile. Ma oggi sono soprattutto grato: grato di aver iniziato una collaborazione con TEDxFoggia, e grato di essere qui, intervistato. Per me è già un onore.
Viviamo in un’epoca in cui tutti cercano di fare qualcosa di nuovo, migliaia di cose nuove ogni giorno. Io credo che la vera innovazione non stia nel moltiplicare le novità, ma nel cambiare il modo di pensare. Nel tornare a umanizzare, come cerco di fare io nelle aziende che visito quotidianamente e nel mio studio, con piccoli gesti, con l’ascolto, con la relazione.
È un contributo minimo, quasi invisibile, ma è il mio modo di provare a migliorare il mondo.
La domanda che vorrei lasciare a chi ci legge è: qual è il tuo contributo?








