“Adesso il mare sono io”, un racconto di Antonio Solimine
Gli ultimi fatti di cronaca ci hanno consegnato immagini che non avremmo mai voluto vedere. Il naufragio avvenuto all’alba del 26 febbraio in Calabria, sul litorale di “Steccato” di Cutro, ha provocato 67 morti e un numero ancora indefinito di dispersi. Se strazianti sono le immagini, quanto dolorosa dev’essere stata la traversata dei migranti su quel barcone in un mare imbizzarrito?
Se lo è chiesto il doppiatore Antonio Solimine, che ha provato a immaginare il viaggio di Hassan.
Condividiamo qui il racconto scritto e letto da lui stesso, come occasione di riflessione, perché le storie dei migranti che scappano dalla disperazione in cerca di un’opportunità migliore di vita, sono storie di fratelli, madri, figli e sì, riguardano ognuno di noi.
Ho visto un cielo plumbeo sulla mia testa.
Ho sentito l’odore della pioggia che si mescolava, lentamente, alla terra.
Ho dato un bacio, quello più dolce che avevo, a mia madre.
Ho rassicurato amici, parenti, che sarei venuto a prenderli non appena ce ne fosse stata occasione.
Ho messo nella valigia una foto di quando ero piccolo: ero in braccio alla mia mamma, con una mano indicava un punto inesatto al di là della macchina fotografica, mentre la mia era aggrappata al suo burka. Accanto c’era mio padre, era intento a parlare con chissà chi oltre l’obiettivo, mia sorella Rasha era poggiata tra le sue gambe, stava dando da mangiare al suo bambolotto. Per loro sarò sempre il piccolo Hassan. Non puoi staccarti facilmente, ma lo fai.
Sento l’odore delle loro lacrime, fingo di essere forte e sorrido. Li rassicuro. Dentro casa, nella penombra di una luce fioca, mia nonna Farah. Le ho dato un bacio prima di uscire, non mi ha riconosciuto, ma forse era meglio così.
Mi sono voltato di scatto, me li sono lasciati alle spalle girando l’angolo.
Ho pianto così tanto da sentire il sapore del sangue in bocca, non avevo la forza di prendere fiato e reggere quella valigia fatta di panni puliti e speranze, che si mescolavano alla paura della notte e del mare.
Ho percorso qualche chilometro a piedi, prima di giungere alla costa.
C’era un mare che sembrava una colata di petrolio grezzo. Sono salito sulla barca, incappucciato per confondermi tra gli altri. Ho visto anche un mio vecchio compagno di giochi, era felice! E allora, quella felicità, un po’ l’ha trasmessa anche a me.
C’erano donne, bambini, tanti, uno di loro piccolissimo. La mamma lo teneva tra il seno e una coperta con gli elefanti disegnati sopra. Ci chiudono giù, ammassati, nulla è più buio della notte e della paura. Ma al di là del mare, di quel cielo in cui neanche le stelle hanno avuto il coraggio di guardarci salpare, c’è la vita. C’è la speranza, c’è l’odore delle arance e il sapore del pane caldo.
Qui, invece, c’è un odore di corpi appiccicati, di latte e gomme da masticare. L’acqua scarseggia, ma cerchiamo di tenere duro. Provo a scrivere a mia sorella per dirle che sto bene, ma il telefono non prende.
Un bambino, uno dei tanti quella notte, inizia a piangere. Sento il suo dolore e una ninna nanna che mi cantava anche nonna. Chissà cosa fa adesso, se si è addormentata su quella piccola sedia pieghevole tra la camera da letto e la porta d’ingresso. Non riesco a prendere sonno, ad accoltellare il silenzio, ogni tanto, un mormorio. Qualcuno dice che il mare è troppo agitato. Ma a me, il mare, piace da impazzire. Ricordo l’odore del peschereccio di mio padre. Ci andavamo di notte, insieme. Non mi fa paura.
Non conto più le ore, ma credo ci voglia ancora un po’. Tutti parlano con tutti. Si raccontando dove andranno, cosa faranno, chi troveranno in Italia. Una donna sussurra ad un’altra che il suo bimbo si è addormentato. Beato lui, penso tra me e me. È passato parecchio tempo, ma le ore non so quantificarle. Nel buio diventa tutto così impercettibile, anche il tempo si dissolve nella schiuma delle onde.
Il freddo ti taglia la carne, le ossa, l’anima. Non vedo l’ora di chiamare casa, dire che sto bene e che ce l’ho fatta! Non vedo l’ora di racimolare qualcosina e di portarli via da lì. Mi si chiudono un po’ gli occhi, ma la corrente ci tiene quasi tutti svegli. Era un misto tra paura ed eccitazione, una nuova vita! Cerco di scorgere tra tutti quei volti quello di Rashad, ma non ci riesco. Siamo tutti così stretti che sentiamo i nostri battiti sovrapporsi. Il mare inizia a cullarci più forte. Qualcuno inizia a pregare, qualcun altro si accoda. Altri rimangono in silenzio, ma sono più forti i respiri delle parole. Il vociare dei bambini mi tranquillizza, ma il silenzio della notte mi ricorda di rimanere sveglio, ed aspettare che la sabbia fermi l’incedere indeciso della nostra barca.
“Non manca molto”, dice qualcuno. È un tumulto di emozioni. Il brusio diventa un lamento, la stanchezza inizia a farsi spazio in quelle poche insenature che i nostri corpi concedono. Ma il mare sembra non essere dalla nostra parte, sembra iniziare ad avercela con noi. Comincia a strattonarci, è stanco di portarci sulle sue spalle. Una bambina chiede alla mamma se ha del pane, il bisbiglio diventa voce, forte. Sento il mare e le sue onde nello stomaco, adesso inizio ad avere paura del buio. Ma il peschereccio di mio padre è sempre lì, nella mia mente, a ricordarmi che se ti comporti bene il mare è tuo amico.
Aumentano le voci di pari passo alle onde. Resto calmo, per quanto posso. Il pianto di un altro bambino mi penetra nella carne, non riesco più ad essere tranquillo. Mi sollevo aggrappandomi ad una sporgenza di legno, sono in piedi ma le onde non mi permettono di rimanerci per molto. La notte sembra ancora più scura, il mare diventa un cavallo imbizzarrito. Le voci sono urla che squarciano il buio. “Avevano detto che non mancava molto”, ripeto tra me e me. Saremo quasi arrivati! Ma il mare non ne vuole sapere più, sembra volerci scrollare di dosso. Sento odore di urina, mi prende la gola. Poi un urlo di bambino, il cuore in una tagliola. Le voci diventano pugnali. Sento l’ultima onda, quella che ti porta in alto e ti scaraventa giù, come fossi uno straccio.
Poi il buio e il rumore della nostra barca che si frantuma.
Le voci iniziano ad essere sommerse, le onde allontanano i nostri corpi. Il mare diventa la nostra coperta. I nostri sogni diventano spuma, si dileguano nelle onde. Ho il tempo di pensare a mia madre, a Rasha, a mia nonna, al peschereccio, al mio papà, mentre cerco di mantenermi a galla. Ma più ci provo più sento di non riuscirci. Le onde mi trascinano via. Sento urla, ma sempre di meno. Non ho appiglio. Non c’è la luna e neanche le stelle. Le onde sono sempre più forti. Provo con tutto me stesso, ma non ho più fiato.
Allora lascio che l’acqua si prenda la mia carne ed il mio cuore. Non riesco ad oppormi. Mi lascio andare. Ed insieme a me ogni singolo pezzo di tutti quei sogni che mi portavo dentro. Sento che ognuno di loro esce dal mio corpo. Mi assicuro, prima di concedermi al mare, di farli andare via tutti. C’è qualcun altro, in questa notte di petrolio che ne ha bisogno. E prego, prego tanto affinché possa raggiungerli e salvarli.
Ora ci sono dentro, le onde diventano carezze. Ed il mare continua a non farmi paura. Anche perché adesso, il mare, sono io.








