Intervista a Desirèe Mantovano: Posso offrirti un caffè?
Desirée Mantovano è una professionista della comunicazione e del marketing, appassionata di parole e di musica. Adora le parole e chi le sa usare, come scrive sul suo sito web. Con le parole lavora, sperimenta e si fa coraggio, con la musica trova il ritmo e fa risuonare le emozioni, sue e di chi la legge. Provando a fare una sintesi – assolutamente riduttiva (scusa Desy!) – potremmo definirla una compositrice di storie.
Ecco perché a furia di intrecciare corde narrative e raccontare il mondo attraverso i suoi occhi per lavoro, ma anche per sé e per chi legge il suo blog, ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Posso offrirti un caffè?.
Un romanzo di formazione che – tiene a ribadire – non è un romanzo rosa, anche se racconta di amore e di alcune forme che può assumere, di legami e di cura delle piccole cose della vita. Durante una presentazione, lei e l’intervistatrice sono state concordi nel definire il suo genere con un calzante e seducente neologismo: formamore.
Desirèe, tra le altre cose, presta le sue competenze professionali e umane a TEDxFoggia e vive a Lucera, sua città natale.
È una penna instancabile, sagace e profonda, che suona con delicatezza le note dell’animo umano ed è capace di farti vibrare l’anima e di farla entrare in risonanza con la bellezza del mondo interiore ed esteriore.
Ecco cosa mi ha raccontato sul suo viaggio di scrittura e su come smettere di cercare nelle altre persone ciò che possiamo trovare dentro di noi.

Ciao Desirèe, prima di tutto, congratulazioni per il tuo libro! Iniziamo con il titolo “Posso offrirti un caffè?”: parole di sintesi che invitano subito a rispondere di sì e a entrare nella lettura del tuo libro. Cosa rappresentano?
Grazie mille, Gabriella! Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, non avevo idea che sarebbe diventato un romanzo! All’inizio era solo un file Word sul quale vomitare tutto quello che portavo dentro, perché in qualche modo dovevo liberarmene per stare meglio. Scrivendo, però, ho notato come questa domanda, questo invito, tornava e ritornava. Ho pensato che potesse essere il titolo del mio romanzo, perché dentro ci vedevo un incontro non solo con l’altro, ma anche con sé stessi, come se nell’opportunità che si dà agli altri di farsi conoscere, alla fine, si imparasse a conoscere anche noi stessi, ogni volta un peletto in più. Ecco, perché, caffè dopo caffè, conoscendosi di più, si capisce anche quando lasciarselo offrire oppure quando desistere, dire no, e mettere su la moka del caffè ognuno a casa propria.
Sul tuo sito scrivi che il tuo romanzo “esplora il significato dell’amore, passando da quello romantico a quello che ‘strappa i capelli’, i legami umani, quelli veri, l’importanza delle piccole cose.” Leggendo poi la trama, si intuisce che le storie d’amore della protagonista sono funzionali alla sua crescita. Secondo te, è sempre così, alla fine si cresce, o la protagonista è una che ce l’ha fatta?
Che bella domanda, questa! Diciamo piuttosto che non sono le storie d’amore a essere funzionali alla crescita della protagonista, Ines, quanto piuttosto l’amore. C’è differenza, perché questo non è un romanzo rosa, è un romanzo di crescita. Come ho detto anche nella mia prima presentazione, l’amore è ovunque! Per questo la risposta è no se ci riferiamo solo all’amore che sta dentro ai rapporti affettivi; sì, invece, se si leggono e si vedono tutte le sfumature dell’amore. Ines cresce perché è innamorata della musica, della terra, dei propri amici, delle proprie passioni, della propria famiglia, dei colori, del mare, del cielo, e poi sì, anche di Daniel e di Emanuele. Se la protagonista ce l’ha fatta? Dipende con quale chiave si legge la morale della mia storia 😉
Nel libro affronti il tema del romanticismo, ma anche della possibile romanticizzazione di dinamiche tossiche, traducendo in parole l’esperienza di molte persone. Secondo te, la rappresentazione culturale che ci propongono i film, i libri, i giornali ha una qualche influenza?
Sì, certo, la rappresentazione culturale ha un’influenza significativa su come percepiamo e viviamo il romanticismo e anche sulle aspettative che costruiamo riguardo alle relazioni.
Credo che quando il romanticismo viene intrecciato a dinamiche tossiche – una l’ho vissuta anche io in prima persona e dalla quale prendo spunto per raccontare un’altra sfumatura dell’amore (in questo caso forse un po’ malato) nel mio romanzo – il rischio è quello di normalizzare comportamenti dannosi o di associarli a una forma di amore “autentico” o “intenso”.
Quindi, Ines, nel mio romanzo, vive emozioni profonde, ma è anche una donna che si interroga, che osserva ciò che le accade e che impara, a volte anche attraverso il dolore, a distinguere tra ciò che è romantico e ciò che la fa star bene davvero. Credo che sia fondamentale raccontare le storie in modo autentico, senza cadere nella trappola di abbellire le relazioni a tutti i costi. La narrativa, in questo senso, può essere uno strumento potente: non solo per riflettere la realtà, ma anche per aiutare i lettori a riconoscere dinamiche che a volte possono essere sottili e difficili da individuare.
Ecco, credo che gli autori abbiano la responsabilità – o almeno l’opportunità – di proporre rappresentazioni più vicine alla realtà e che offrano spunti di riflessione.

Parliamo di amor proprio: ultimamente c’è una sensibilità diversa al riguardo, forse anche più consapevolezza. Nella tua opinione, qual è il primo passo per coltivarlo e smettere di subappaltare il rispetto di sé ad altre persone?
Ho notato anche io questa maggiore sensibilità all’amor proprio. Credo che sia proprio perché gli ultimi anni (diciamo dal periodo Covid) siano stati caratterizzati da una forte sensibilizzazione sul tema. Allo stesso modo, credo sia anche aumentata la consapevolezza che per amare gli altri bisogna imparare ad amare se stessi, accettarsi e mettere al primo posto la propria salute mentale e fisica, il proprio benessere.
Nel mio romanzo, Ines affronta proprio questa sfida. All’inizio, è immersa in relazioni e dinamiche in cui tende a mettere gli altri al centro, spesso trascurando se stessa. Ma attraverso le esperienze e le riflessioni, impara che non può costruire qualcosa di sano se prima non si mette al centro della propria vita. E questo non è egoismo, ma la consapevolezza che solo rispettandoci possiamo davvero offrire amore autentico agli altri. È così che si costruisce la propria vita su basi solide che mettiamo noi, non chi abbiamo accanto. Solo così smettiamo di “subappaltare” il rispetto di noi stessi e iniziamo a viverlo come un diritto che ci appartiene.
Hai la capacità di trasformare emozioni complesse in parole semplici e potenti. C’è un’emozione che trovi particolarmente difficile da scrivere, e perché?
L’emozione che faccio più fatica a descrivere è l’ansia. E parlarne nel mio romanzo ne è stata la conferma, per l’appunto. È stato difficile ed è difficile descriverla, raccontarla attraverso metafore, ma anche attraverso fatti più o meno reali, perché per descrivere l’ansia devi essere una persona ansiosa, altrimenti non rendi l’idea. Non nego che per descriverla, in alcuni capitoli, ho fatto fatica a respirare perché ho rivissuto tutto ciò che fattivamente mi ha messo e mi mette ansia. Ecco, è come entrare dentro a una stanza buia, ma ho scoperto che le parole sanno portare luce. Come dico sempre, le parole sanno essere le mani di chi mi butta nel burrone e quelle di chi mi lancia la corda per salvarmi.
Immagina di avere una macchina del tempo e di avere la possibilità di offrire un caffè e due chiacchiere alla versione più giovane di te. Scegli tu di quanto andare indietro. Le suggeriresti di rifare tutto quello che ha fatto per crescere o le suggeriresti di seguire la via breve e ascoltare i tuoi insegnamenti di trentenne?
Le direi che da trentenne è diversa, che è cambiata – fisicamente tantissimo, ma soprattutto mentalmente, nonostante sia rimasta sensibile come sempre. La rassicurerei, che nonostante tutto quello che passerà, le scelte e le persone sbagliate, tutto, ma proprio tutto resterà inciso indelebile sulla pelle e che la renderà una persona forte, così forte che affronterà cose che non immagina nemmeno nell’anticamera del cervello. Sull’amore, non voglio anticiparle niente, è piccola, poi tanto arriva. Deve prendere le scelte che sente di voler prendere, nel qui e ora, cioè meglio nel suo lì e allora.
E proprio per questo poi la saluterei al volo, perché non voglio rubarle troppo tempo, non voglio influenzarla e non voglio cambiare il corso delle cose. Voglio che viva intensamente tutto, come ho fatto io, anche se a volte ha fatto male, ma dagli errori, dalle cadute e quando si perde l’orientamento si impara a puntare tutto su se stessi per ritrovare la strada di casa. La lascerei a prendere il caffè con le sue amiche o a lasciarselo offrire dalle prime cotte, dai primi amori o semplicemente a berlo da sola, la mattina, mentre guarda il sole sorgere.

Immagina che chi legge il tuo libro arrivi alla fine con un’ultima domanda in testa: ‘E adesso, cosa faccio?’. Qual è la risposta che vorresti dargli?
Curiosa questa domanda! Mi fa sorridere perché a questa domanda, che mi sono posta nel novembre di diversi anni fa, una folata di vento mi ha risposto scaraventando a terra la mia borsa dalla quale è uscito un quaderno e una penna. E al “e adesso che faccio? come ne esco?” il vento mi è sembrato che mi rispondesse “scrivi, liberatene”. A questo punto, data la coincidenza, direi a chi si pone questa domanda in prima battuta di fare ciò che permette loro di liberarsi di pesi e macigni sul cuore, seguendo le proprie passioni, intendo. Se hai bisogno, allontanati, apprezza la tua solitudine e rifletti, medita, guarda il cielo, il mare se sei fortunato. Prenditi il tuo tempo, vai a fondo, prova a conoscerti meglio, a porti domande e prova anche a risponderti. Leggiti dentro. Vatti a cercare. Solo dopo fai la tua scelta, solo dopo esserti dedicato il tempo giusto e quello lo scegli tu e nessun altro. Ecco, forse direi questo, perché forse nessuno ci dice mai che possiamo avere dubbi sulle nostre strade, sulle nostre relazioni, sui nostri sogni, sui nostri progetti; nessuno ci dice mai che non dobbiamo avere per forza tutte le risposte, che possiamo ed è lecito perdersi, che le scelte da prendere si possono rimandare, perché non abbiamo nessun appuntamento se non quello con noi stessi, con il nostro benessere. Dobbiamo fare ciò che ci fa stare bene. A quel lui, a quella lei, direi: fai ciò che senti, ciò che ti fa stare bene, ma pensaci su, prenditi il tuo tempo.
Ultima domanda: se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe e perché?
Nel mio romanzo, c’è tanta musica. Chi lo leggerà, se ne renderà conto. Si passa dai Coldplay a Dalla, da Cremonini a Lou Reed, dai Pink Floyd a Neil Young. La musica mi ispira e ha ispirato e accompagnato tutto il processo di scrittura. Sceglierne una in mezzo a tante è davvero difficile, ma forse punterei tutto su Brunori Sas e la sua “Fra milioni di stelle”.
Oltre a essere emotivamente molto legata a questa canzone, credo raccolga molte delle emozioni e dei temi che attraversano il mio romanzo: il senso di smarrimento, il desiderio di trovare un posto nel mondo, ma anche la speranza, la dolcezza e la capacità di perdersi nelle piccole cose per ritrovarsi. Come nella canzone, anche nel libro c’è una continua ricerca di connessione, non solo con gli altri, ma soprattutto con se stessi. Ines, la protagonista, vive tra la nostalgia del passato e la voglia di costruire un futuro più autentico, imparando ad accettare e amare le imperfezioni che fanno parte della vita. La melodia intima e i versi delicati di “Fra milioni di stelle” mi ricordano quel mix di fragilità e forza che accompagna il suo viaggio. E poi, il cielo, le stelle, io nel cielo ci vedo contemporaneamente vastità in cui perdersi e senso di appartenenza in cui ritrovarsi. Nel romanzo, il mare e il cielo sono costanti che Ines osserva e attraversa, simboli della sua ricerca di equilibrio e di significato. “Fra milioni di stelle” è come il libro: una riflessione su chi siamo e su come ci relazioniamo nel mondo che ci circonda, con la consapevolezza che a volte è nella semplicità che troviamo le risposte più vere.








