MOUE26: quando il design sociale diventa cura del territorio

C’è una cosa che non si dice mai abbastanza di Foggia: che è una città che resiste.

Non nel senso retorico e un po’ stanco del termine, quello delle celebrazioni ufficiali e dei convegni. Nel senso più ostinato e vivo: che nonostante le classifiche e nonostante un racconto nazionale che la riduce spesso a una nota di cronaca — Foggia produce bellezza.

L’11 maggio, mentre la città era ancora quella di sempre — con tutte le sue contraddizioni, i suoi spazi abbandonati, la sua bellezza spigolosa e difficile — designer venuti da tutta Italia, studenti dell’Accademia di Belle Arti e comuni cittadini hanno aperto dei cantieri. Non metaforici: reali, diffusi, radicati nei quartieri. Laboratori di design che hanno trasformando spazi e relazioni.

Questo è MOUE26 — II edizione del Festival di grafica sociale che ha animato Foggia dall’11 al 15 maggio — e la cosa più bella non sta nel programma, che pure era ricco e denso. Sta nell’idea di fondo che lo attraversa: che si può progettare in terre difficili, che la scarsità non è solo un ostacolo ma anche una risorsa, che essere designer al sud significa imparare a fare molto con poco, a ricombinare quello che c’è, a trovare strade alternative quando quella diretta è chiusa.

A dare forma a questa idea è Design fuori fuoco, il tema scelto per questa II edizione del festival, che invita a ripensare il design come pratica aperta e informale — capace di cogliere quello che resta ai margini: persone, luoghi, situazioni spesso invisibili. Non un design di vetrina, ma uno strumento adattivo e inclusivo, che supera le dicotomie tradizionali per andare dove i problemi sono veri.

MOUE26 nasce dalla collaborazione tra l’Accademia di Belle Arti di Foggia e l’associazione Generact, con la coorganizzazione del Comune di Foggia e il patrocinio di AIAP (Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva). E lo si vede nella composizione di chi ha partecipato: studenti di grafica e studenti di psicologia, professionisti e realtà associative locali, istituzioni e territorio. Non compartimenti stagni, ma un sistema relazionale che funziona perché crede nello stesso centro.

Fare quel che si può con quel che si ha

Il Manifesto del festival lo dice senza giri di parole: “Essere designer al sud significa progettare in terre non arate.” Non è una lamentela. È una dichiarazione. Una scelta di campo.

E aggiunge: “La creatività si configura non come un estro geniale, ma come un fatto ecologico: la capacità di ricombinare le risorse del territorio per rispondere a problemi locali concreti.”

Guardando i Cantieri, quella frase smette di essere teoria. Perché ogni cantiere ha preso esattamente quello che c’era — una comunità di migranti, uno spazio abbandonato, un’associazione che lavora nell’ombra, una piazza dimenticata — e ci ha costruito sopra qualcosa di bello. Non importato da fuori. Nato da dentro.

Quando lo scorso ottobre TEDxFoggia aveva scelto The Age of Care — Il Tempo della Cura come tema della sua edizione 2025, stava ponendo una domanda precisa: cosa significa prendersi cura, davvero? Non come atto emergenziale, ma come pratica quotidiana e strutturale. MOUE26 a quella domanda ha risposto con i fatti.

Prendersi cura di una città non significa solo proteggerla o amministrarla. Significa abitarla con intenzione. Significa scegliere di investirci creatività, tempo, energia — anche quando il contesto non facilita le cose, anche quando sarebbe più semplice guardare altrove. I Cantieri diffusi del MOUE26 non sono stati solo workshop decorativi: sono stati atti di cura applicata a un territorio, progettazione che parte dai bisogni reali di una comunità e torna a lei sotto forma di bellezza condivisa.

È esattamente il tipo di cura di cui Foggia ha bisogno. E che, silenziosamente, già si pratica.

L’immagine che resta

C’è un’immagine che continua a tornare, pensando a questi cinque giorni. Non è quella delle mostre al Palazzetto dell’Arte — anche se erano bellissime. Non è il Simposio al Pronao della Villa comunale, né i dialoghi del venerdì con voci del design italiano che raramente passano da queste parti.

È quella dei Cantieri. Nove laboratori in cui designer e realtà locali hanno lavorato insieme, per tre giorni, fianco a fianco. Tavoli ingombri di schizzi e prove, discussioni a voce alta, idee che si scontrano e si correggono. Non per un esame, non per un cliente, ma per lasciare un segno nella città in cui vivono. Con la concentrazione seria di chi sa che quello che sta facendo conta.

Ecco cosa fa la cultura quando è davvero viva: non abbellisce per finta. Rende il mondo abitabile in modo nuovo.

MOUE26 stimola a “fare quel che si può con quel che si ha”. È una frase che suona quasi umile, ma in realtà è radicale. Perché in un momento storico in cui il Sud viene spesso raccontato per quello che manca — risorse, infrastrutture, opportunità — scegliere di partire da quello che c’è è un atto di fiducia nel territorio. È credere che la terra, anche quella non arata, abbia potenziale nascosto da portare in superficie.

I ragazzi che hanno riempito i Cantieri, il Palazzetto dell’Arte, il Pronao della Villa comunale — loro stanno praticando questa fiducia ogni giorno. Con il design, con l’arte, con la testarda voglia di costruire qualcosa di bello in una città che spesso non gliene dà abbastanza merito.

Non lo fanno nonostante Foggia. Lo fanno per Foggia. E questa distinzione cambia tutto.

Restituzione alla città del murale “L’isola della gente bella” di Giovanni Albanese – Palazzetto dell’Arte

Il trailer di qualcosa di più grande

Il manifesto di MOUE chiude con una domanda aperta: come può un festival essere il trailer di qualcosa che abita la città tutti i giorni dell’anno?

È la domanda giusta. È quella che ogni iniziativa culturale dovrebbe farsi, specialmente in un posto come Foggia, dove il rischio più grande non è la mancanza di idee o di talento — di entrambi ce n’è in abbondanza — ma che le energie si disperdano, che le persone si stanchino, che il racconto pubblico della città continui a essere più forte di quello che la città sa fare di sé stessa.

MOUE26 non ha risolto questo problema. Nessun festival di cinque giorni potrebbe farlo. Ma ha fatto qualcosa di più sottile e più duraturo: ha reso visibile quello che c’era già. Una città che lavora, che progetta, che si ostina a produrre bellezza. Una terra non arata, sì. Ma piena, sotto la superficie, di tutto quello che serve per fiorire.

MOUE26 — e qui sta forse la sua forza più silenziosa — non è un evento che porta Foggia altrove. È un evento che aiuta Foggia a vedersi. A riconoscere il fermento che già c’è, la creatività che già lavora, i giovani che già scelgono di restare e fare.