Matteo Salvatore

Fotografia: patrimonio documentale Biblioteca Provinciale di Foggia

Il “cantore della terra”

Italo Calvino disse: “le sue parole dobbiamo ancora inventarle”. Matteo Salvatore era il “cantore della terra”, di schiene spezzate e di mani ruvide sotto il sole dei nostri campi di grano. Era il menestrello della “povera gente”, dei contadini. Cantava le loro vite, le loro virtù e la loro quotidianità.

Figlio della nostra terra, Matteo Salvatore nasce nel giugno del 1925 ad Apricena. Il padre era un facchino e la madre si fingeva mutilata per chiedere l’elemosina. Una famiglia povera, una delle tante.

Era un’epoca di rinunce, di vita alla buona, di lavori umili e non sempre legali. Ma era la sua terra, un cordone ombelicale difficile da tagliare. Andò via, un giorno, su un carretto che lo portò a Roma, la città dei sogni e da cui provare a ripartire. Le sue radici, cariche di amore per la sua terra, per quel Gargano messo lì come scudo pronto a proteggere tutti sotto la sua sagoma. Incontrò Claudio Villa, il primo a rendersi conto del talento musicale di Matteo.

Raccontò ingiustizia e fame, con una scrittura povera ma profonda. Parlava della sua gente, della sua condizione, di quanto sia difficile far fiorire la propria anima in un campo arso dal sole. La fatica e i torti subiti dai personaggi delle sue canzoni come Lu furastiero, sono oggi quelle degli uomini e le donne che raccolgono pomodori per pochi euro all’ora nelle nostre campagne. Il successo arrivò negli anni ’60 con Lu suprastante, la storia di un uomo che, al servizio del padrone della masseria, controlla con piglio duro che i contadini facciano il loro dovere. Aveva la capacità di aprire il suo cuore alla gente, di far vedere a tutti cosa significasse vivere l’oppressione malvagia e “ignorante”, e di saperla raccontare. Il tutto mescolato a quell’ironia graffiante, dissacrante. Raccontava l’amore, lo cantava e lo “confezionava”. Proprio quell’amore che, nel 1973, lo portò dentro una cella. Fu accusato di aver ucciso la sua compagna, Adriana Doriani, e tutto ciò gli costò quattro anni di reclusione. La vicenda non fu mai chiarita del tutto, ma alla fine riuscì a tornare in libertà, provato come neanche la povertà aveva fatto.

Il mainstream decise di tenerlo alla larga, le sue canzoni passavano con il contagocce. Ma il nuovo millennio segnò la rinascita. Artisti del calibro di Lucio Dalla iniziarono a riprendere le sue opere. Da Matteo trassero ispirazione Eugenio Bennato, Teresa De Sio e Vinicio Capossela. Lo chiamavano “il maestro”, si erano resi conto di quanto fosse profonda la sua produzione musicale. Ma tutto ciò avvenne con ritardo, il tramonto iniziava ad avvicinarsi a grandi passi.

Una mattina la sua chitarra smise di cullare la sua terra. Era il 27 agosto del 2005, Matteo tocca l’ultima corda. Muore all’età di ottant’anni. E con lui, gran parte dei ricordi della nostra terra. Non è cambiato molto rispetto a quello che cantava Matteo. Il sole continua a specchiarsi nei campi di pomodori, le spighe di grano a cullarsi nel vento. E le mani dei contadini, ancora per pochi euro al giorno, a confondersi con la terra.

Antonio Solimine

Diventa nostro Partner!
This is default text for notification bar